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La baropodometria riduce del 60% le amputazioni

Il baropodometro è composto da una pedana alla quale sono applicati dei sensori collegati  ad un computer. Serve a misurare l’andamento della forza peso rispetto alle varie parti del piede.

Oggi, la gestione del piede diabetico assume un ruolo importante in termini clinici, economici e sociali. L’esigenza di una organizzazione, “Team dedicato”, atta ad affrontare sia le cure, sia la complessità della morbilità, oltre alle complicanze che spesso portano all’amputazione degli arti, è un’esigenza oramai innegabile.

Realizzare un modello di gestione integrata del diabete e delle sue complicanze è un importante obiettivo che ogni centro specialistico deve raggiungere attraverso l’adozione di protocolli diagnostici condivisi.

Il ruolo del podologo, nei confronti del paziente diabetico, all’interno di una equipe multidisciplinare è di assoluta importanza. La risultante di patologie che concorrono fra loro, come neuropatia, infezione e arteriopatia in un soggetto diabetico, fa si che possa determinare un danno periferico che, di fatto, si traduce nella condizione di “piede diabetico”.

L’infezione è una delle complicanze più frequenti del piede, essa tende ad interrompere il normale processo di guarigione, seppur rara, nelle ulcere di I e II stadio (a spessore parziale) e più comune nelle ulcere di III e IV stadio (a spessore totale).

Il trattamento standard prevede, innanzitutto, la correzione del meccanismo patogenetico, la valutazione ed eventuale correzione dello stato di vascolarizzazione, la rimozione dei tessuti necrotici e bonifica dell’infezione.

Pertanto, la valutazione dell’infezione è di estrema importanza e per far ciò occorre eseguire un esame colturale su tampone o prelievo di tessuto, studiare le caratteristiche dell’essudato, verificare l’eventuale edema ed eritema dei tessuti perilesionali, eseguire l’esplorazione dei recessi, evitare scompensi glicemici.

Oggi si parla tanto di medicazioni avanzate, medicazioni standard, fattori di crescita, gel piastrinici, cute ingegnerizzata, ma qual’ è la scelta terapeutica giusta?

Occorre precisare che per le ulcere cutanee croniche non esiste una medicazione ideale per tutte le lesioni, così come una singola medicazione non è efficace con la stessa intensità, nelle varie fasi del processo di riparazione tissutale.

L’ambiente più favorevole per la riparazione delle lesioni, in cui risulti esposto il tessuto connettivo, è l’ambiente umido. Peraltro, si determina una migrazione più rapida delle cellule dai bordi verso il letto della ferita e una neoangiogenesi più rapida (formazione di nuovi vasi sanguigni) e attivazione dei fibroblasti con rilascio di collagene.

Negli anni ‘70 si parlava di medicazioni attraverso materiali di copertura con caratteristiche di biocompatibilità: qualità che s’identifica nell’interazione di un materiale con un tessuto e nell’evocazione di una risposta specifica, realizzando un ambiente umido nell’interfaccia tra lesione e medicazione.

In un recente passato, grande riscontro si è avuto dall’utilizzo dell’acido ialuronico sotto diverse forme e applicazioni, che regolerebbe l’idratazione tissutale, permettendo il distacco temporaneo delle cellule dalla matrice, facilitando i processi di migrazione e divisione cellulare. Inoltre, creerebbe una matrice in cui l’acqua e piccoli soluti verrebbero trattenuti.

Con la sua viscosità ostacolerebbe la penetrazione di virus e batteri.

Il processo di prevenzione passa attraverso un’accurata diagnosi del quadro vascolare, un buon controllo dell’infezione, l’esecuzione di medicazioni chirurgiche e, soprattutto, la correzione della postura per la prevenzione delle lesioni trofiche. La posturologia ha, infatti, assunto un ruolo di particolare importanza.

Essa sfrutta uno strumento, il baropodometro, una macchina composta da una pedana alla quale sono applicati dei sensori collegati ad un sistema computerizzato.

La Baropodometria è un tipo di analisi che misura l’andamento della forza peso rispetto alle varie parti del piede. Vengono misurate, infatti, le reazioni a terra in stazione eretta e in deambulazione.

La corretta interpretazione dei dati forniti dall’esame baropodometrico consente di comprendere come si muove il soggetto di studio rispetto agli indici di normalità.

Attraverso la baropodometria computerizzata viene effettuata la misurazione delle pressioni esercitate al suolo sia a piede nudo, sia con calzature (anche con plantari), da fermo (esame statico).

L’aspetto più innovativo, ovvero la possibilità di rilevare i dati del piede durante il normale svolgimento del passo, è l’esame dinamico. Esiste la possibilità di confrontare tra loro esami realizzati in tempi differenti.

Un’indagine eseguita con un baropodometro computerizzato ci permetterà di valutare in dinamica il rapporto tra il tempo e la forza che agisce in una ben determinata area plantare.

Altro trattamento è quello ortesiologico che permette di evitare i conflitti tra il piede e la calzatura. Può essere plantare o di silicone.

Quella plantare viene prodotta con schiume di poliuretano di diversa densità che permette di proteggere da eccessive pressioni in determinate aree plantari. Viene rivestita con materiali ipoallergici testati.

E’ importante che il paziente segua alcune norme essenziali, come ispezionare e lavare ogni giorno i piedi, controllare la temperatura dell’acqua col gomito o col termometro, asciugare bene, ma delicatamente (eventualmente con phon), usare calze che non stringano e cambiarle ogni giorno, idratare il piede – se secco – con creme specifiche, non usare callifughi o strumenti taglienti per le callosità, tagliare le unghie con forbici a punte smussate, arrotondare con lima di cartone, non camminare a piedi scalzi, non usare fonti di calore dirette (borse d’acqua calda, calorifero, camino, ecc…), usare scarpe comode con punta rotonda e tacco non superiore a 4 cm, quando si calzano scarpe nuove, controllare il piede dopo pochi minuti di cammino.

Diversi studi clinici ampiamente validati hanno dimostrato che un team dedicato possa essere un’arma molto efficace nel ridimensionare danni causati da complicanze. Il follow up, eseguito periodicamente da ogni membro del team “piede diabetico” sui pazienti afferenti ai centri di cui ne dispongono, dimostra la possibilità di riduzione delle amputazioni fino ad un 60%.

Sarebbe, pertanto auspicabile che ogni centro di riferimento specialistico fosse impreziosito da tutti quegli elementi professionali essenziali per la prevenzione, gestione e cura di tale patologia che, a fronte di un grande impatto clinico, sociale ed economico, ha significativi margini di miglioramento e potenzialità di sviluppo terapeutico.
Redazione

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